Diritto Industriale | Uso di marchi noti nei sistemi di posizionamento a pagamento: la decisione della Corte di Giustizia Europea.

Nel mese di ottobre 2011 la Corte di Giustizia Europea ha emesso un’altra interessante sentenza in materia di vendite on line essendosi occupata della legittimità di clausole contrattuali che vietino tale tipo di vendita (causa  C-439/09).
Anche questa decisione è stata oggetto di attenzione da parte dei mass media.
Del resto sono diverse le aziende che non gradiscono che i propri prodotti siano  venduti “on line” e questo per una pluralità di ragioni, fra cui quella di tutelare la propria rete distributiva ed i propri tradizionali rivenditori.
Vediamo quindi quale è stata la decisione della Corte di Giustizia Europea (la sentenza in commento è scaricabile dal sito www.curia.europa.eu).
La sentenza è stata emessa all’interno di un contenzioso fra l’Autorità per la concorrenza francese e la Pierre Fabre Dermo-Cosmétique, società del gruppo Pierre Fabre, operante nel settore della produzione e commercializzazione di prodotti cosmetici e per l’igiene personale ed i cui prodotti sono venduti (tramite i marchi Klorane, Ducray, Galénic e Avène) per il tramite di farmacisti.
Trattasi di prodotti cosmetici e per l’igiene personale che non rientrano nella categoria dei medicinali; pertanto, non trattandosi di farmaci, sono sottratti al monopolio dei farmacisti.
I contratti di distribuzione dei prodotti in questione predisposti dal gruppo Pierre Fabre prevedevano che le relative vendite dovessero avvenire esclusivamente in uno spazio fisico individuato, con la presenza obbligatoria di un laureato in farmacia.
Tali condizioni escludevano, pertanto, tutte le forme di vendita via internet.
Ciò premesso, era accaduto che nel 2006 l’Autorità per la concorrenza francese aveva chiesto alla Pierre Fabre Dermo‑Cosmétique di modificare i suoi contratti di distribuzione al fine di prevedere la possibilità per i membri della sua rete distributiva, a determinate condizioni, di vendere i loro prodotti su internet.
Nel corso del procedimento amministrativo avanti l’Autorità per la concorrenza, la Pierre Fabre Dermo‑Cosmétique aveva spiegato che i prodotti in questione, per loro natura, richiedevano la presenza fisica di un laureato in farmacia sul luogo di vendita durante l’intero orario di apertura, affinché il cliente potesse, in qualunque circostanza, chiedere e ottenere il parere personalizzato di uno specialista, basato sull’osservazione diretta della sua pelle, dei suoi capelli o del suo cuoio capelluto.
Alla fine del procedimento, l’Autorità per la concorrenza aveva però ritenuto che il divieto imposto dalla Pierre Fabre Dermo‑Cosmétique ai suoi distributori autorizzati di vendere via internet costituisse una restrizione della concorrenza contraria all’art. 81 del Trattato Europeo (ora art. 101 Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea –c.d. TFUE-) e quindi aveva intimato alla predetta società di sopprimere, nei suoi contratti di distribuzione, le menzioni ad un divieto di vendita su internet dei suoi prodotti e di prevedere espressamente nei suoi contratti la possibilità, per i suoi distributori, di fare ricorso a tale modalità di distribuzione (il Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea è scaricabile dal sito www.eur-lex.europa.eu).
La Pierre Fabre Dermo‑Cosmétique aveva quindi proposto un ricorso per l’annullamento di tale decisione avanti la Corte d’Appello di Parigi la quale aveva rimesso la questione avanti la Corte di Giustizia Europea sottoponendo la seguente questione pregiudiziale: “se il divieto generale e assoluto di vendere su internet i prodotti oggetto del contratto agli utenti finali, imposto ai distributori autorizzati nell’ambito di una rete di distribuzione selettiva, costituisca effettivamente una grave restrizione della concorrenza per oggetto ai sensi dell’art. 81, n. 1, CE [ora art. 101, n. 1, TFUE” .
Esaminando il caso, la Corte di Giustizia Europea si è innanzi tutto occupata di verificare se la clausola contrattuale in discussione costituisse una restrizione della concorrenza “per oggetto” ai sensi dell’art. 101, n. 1, TFUE (è da precisare che, perché ricada nel divieto enunciato all’art. 101, n. 1, TFUE, un accordo deve avere “per oggetto o per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato interno”).
La Corte Europea, decidendo la questione sottopostale, ha ritenuto che l’art. 101, n. 1, TFUE debba essere interpretato nel senso che una clausola contrattuale che, nell’ambito di un sistema di distribuzione selettiva, impone che le vendite di prodotti cosmetici e di igiene personale siano effettuate in uno spazio fisico alla presenza obbligatoria di un farmacista laureato, con conseguente divieto di utilizzare internet per tali vendite, costituisca una restrizione per oggetto ai sensi di detta disposizione.
Dall’esame di questa sentenza emerge dunque che la Corte di Giustizia ha preso una posizione alquanto restrittiva circa la validità di clausole che vietino di vendere prodotti tramite internet.
Inoltre, la Corte di Giustizia ha ritenuto che internet non può essere considerato un “luogo di stabilimento non autorizzato” bensì come una modalità di commercializzazione dei prodotti contrattuali.
Infatti l’art. 4, lett. C), del regolamento CE n. 2790/1999 stabilisce che è “fatta  salva la possibilità di proibire ad un membro di tale sistema [cioè di una rete distributiva] di svolgere la propria attività in un luogo di stabilimento non autorizzato” (è notoriamente possibile stabilire per un determinata zona geografica un proprio distributore esclusivo).
Secondo la Pierre Fabre Dermo‑Cosmétique, il divieto di vendere i prodotti  via internet equivaleva al divieto di svolgere la propria attività in un luogo di stabilimento non autorizzato (questo avrebbe reso valide le clausole contrattuali in esame).
Come sopra accennato, la Corte ha però ritenuto che l’espressione “luogo di stabilimento”, si riferisca solamente a punti vendita nei quali si praticano vendite dirette e quindi che occorreva stabilire se tale locuzione potesse comprendere -grazie ad un’interpretazione estensiva- il luogo a partire dal quale sono forniti i servizi di vendita via internet.
La risposta è stata però negativa in quanto la Corte ha ritenuto che una clausola contrattuale, come quella di cui alla causa, che vieta, di fatto, la commercializzazione via internet non possa essere considerata alla stregua di una clausola che vieti ai membri del sistema di distribuzione selettiva interessati di svolgere la propria attività in un luogo di stabilimento non autorizzato.
Per altro, quanto sopra illustrato non deve indurre a ritenere che le vendite on line siano sempre e comunque ammissibili.
Infatti, nella sentenza in commento, la Corte ha evidenziato come possano sussistere esigenze legittime, come la salvaguardia di un commercio specializzato, in grado di fornire prestazioni specifiche per prodotti di alto livello qualitativo e tecnologico, che giustificano la limitazione della concorrenza sui prezzi a vantaggio della concorrenza riguardante fattori diversi dai prezzi. Dal momento che mirano a raggiungere un risultato legittimo, che può contribuire a migliorare la concorrenza quando questa non si esplica unicamente sui prezzi, i sistemi di distribuzione selettiva costituiscono quindi un fattore di concorrenza conforme all’art. 101, n. 1, TFUE (sentenza AEG-Telefunken/Commissione).
Inoltre la Corte ha affermato che queste clausole possono beneficiare dell’esenzione individuale ex art. 101, comma 3), TFEU, qualora ne sussistano le condizioni (ma la Corte non ha potuto approfondire la questione per insufficienza degli elementi a suo disposizione).
Per cui, in ogni caso, sarà opportuno di volta in volta verificare se sussistono quelle esenzioni previste dall’art. 101, comma 3), TFEU o dal regolamento CE n. 2790/1999 (ora divenuto regolamento CE n. 330/2010 del 22.4.2010, sempre rintracciabile sul sito www.eur-lex.europa.eu)
(Articolo pubblicato su MAC – Rima Editrice nel mese di marzo 2012)