Approfondimenti | La conciliazione stragiudiziale

La conciliazione stragiudiziale è una procedura per la risoluzione dei conflitti che prevede l’intervento di un terzo neutrale ed imparziale, il Conciliatore, il quale ha la funzione di favorire la soluzione della lite.
Nel nostro paese con legge 29.12.1993 n. 580 sono state attribuite alle Camere di Commercio particolari funzioni inerenti il controllo sul corretto svolgimento delle dinamiche del mercato fra cui quella -prevista dall’art. 2, IV comma A- di: “promuovere la costituzione di commissioni arbitrali e conciliative per la “risoluzione delle controversie tra imprese e tra imprese e consumatori ed “utenti”.
Con legge 30.7.1998 n. 281 è stato attribuito anche alle associazioni dei consumatori maggiormente rappresentative il potere di attivare, in presenza di un interesse collettivo, il tentativo di conciliazione.
Successivamente, la competenza delle Camere di Commercio nella composizione delle controversie è stata confermata dalla legge 18.8.1998 n. 92 in materia di subfornitura industriale e dalla legge 29.3.2001 n. 135 in materia di turismo.
Posto lo scopo comune della procedura avanti la Camera di Commercio e quella avanti le Associazioni dei Consumatori, e cioè  la soluzione conciliativa e stragiudiziale delle controversie, vi è però una differenza fondamentale fra le due: e cioè che mentre la  prima può esser attivata da qualsiasi imprenditore e consumatore, la seconda può essere promossa esclusivamente da un’associazione di consumatori ed utenti che abbia ottenuto l’iscrizione nell’apposito elenco  presso il ministro delle attività produttive.
Da ultimo, l’art. 38 del Decreto Legislativo del 17.1.2003 n. 5 che -in attuazione dell’art. 12 della L. 366/2001-  disciplina la definizione dei procedimento in materia di  diritto societario e di intermediazione finanziaria, nonchè in materia bancaria e creditizia, prevede la possibilità, per gli enti pubblici o privati che diano garanzia di serietà ed efficienza, di costituire  organismi deputati a gestire, su istanza della parte interessata, un tentativo di conciliazione delle controversie nelle materie anzidette.

A fianco delle predette procedure conciliative vi è poi la prassi diffusa che vede specifici accordi stipulati in ambito locale fra organizzazioni territoriali e di categoria degli operatori dell’industria, del commercio e dell’artigianato da un lato, e associazioni dei consumatori e utenti dall’altro, accordi che disciplinano taluni rapporti contrattuali istituendo commissioni ad hoc per la composizione delle liti secondo il modello cosiddetto “paritetico”, che si sviluppa in una negoziazione fra i rappresentati delle associazioni dei consumatori da una lato e delle organizzazioni imprenditoriali dall’altro, che hanno promosso l’accordo stesso.
Infine, anche fra gli avvocati, consapevoli dei limiti dell’azione giudiziaria - soprattutto conseguenti alle lungaggini del processo- da alcuni anni a questa parte si pone maggiore attenzione alla possibilità di risolvere le controversie attraverso le procedure di conciliazione stragiudiziali.
Sulla scia di tale nuovo “pensiero”, presso gli stessi Ordini degli Avvocati di vari Tribunali è stato istituito un “Organismo di Conciliazione” che ha lo scopo di favorire la risoluzione consensuale dei conflitti attraverso l’intervento di un Conciliatore che non è nè giudice nè arbitro, ma che ha la funzione di facilitare la negoziazione tra le parti.
La procedura di conciliazione, in generale, si caratterizza per l’assenza di coercitività, innanzitutto perchè il soggetto nei cui confronti è promossa può liberamente decidere se parteciparvi o meno con la conseguenza che,  nel caso in cui egli non fosse interessato, la procedura non potrà essere attivata; in secondo luogo perchè l’accettazione del tentativo di conciliazione non vincola le parti al raggiungimento di un accordo, ben potendosi concludere la procedura con un nulla di fatto.

In questo caso, cioè in mancanza di accordo, le parti mantengono intatti sia le loro pretese che il diritto di promuovere l’azione giudiziaria o, eventualmente, un procedimento arbitrale.
Tuttavia, ai sensi dell’art. 40 co. 5 d.lgs 5/203,  la mancata comparizione di una delle parti e le posizioni da esse assunte dinanzi al conciliatore possono essere valutate dal giudice nell’eventuale successivo giudizio ai fini della decisione sulle spese processuali,  potendo il giudice decidere su tali spese in termini diversi rispetto al criterio della soccombenza, escludendo la condanna della parte soccombente al pagamento delle spese in favore della parte vittoriosa o addirittura condannandola a rimborsare le spese al soccombente.
La natura non giurisdizionale della procedura consente al conciliatore di ascoltare separatamente le parti senza incorrere nel rischio di violare il principio del contraddittorio e di stabilire a propria discrezione la durata della procedura, nel senso che il numero di incontri può variare in rapporto alla natura e all’entità del conflitto.
Ovviamente il conciliatore ha l’obbligo di non rivelare alcuna informazione relativa all’incarico ricevuto ed analogo vincolo vige sulle parti, ed infatti le dichiarazioni rese dalle stesse nel corso del procedimento non possono essere utilizzate -salvo quanto previsto dal sopracitato comma 5- nell’eventuale  giudizio promosso a seguito dell’insuccesso del tentativo di conciliazione, nè possono essere oggetto di prova testimoniale.  
Qualora il tentativo di conciliazione abbia esito positivo, dell’accordo raggiunto viene dato atto nel processo verbale sottoscritto dalle parti che, una volta omologato con decreto del presidente del Tribunale nel cui circondario ha sede l’organismo di conciliazione, costituisce titolo esecutivo per l’espropriazione forzata, per l’esecuzione in forma specifica e per l’iscrizione di ipoteca giudiziale.