Approfondimenti | Il patto di famiglia: un valido strumento che consente di dare un assetto definitivo alla successione nell'impresa familiare

Il passaggio di consegne di una società a carattere famigliare dall'imprenditore ai suoi successori rappresenta un momento molto delicato per l'impresa. Secondo recenti stime, nel nostro Paese, solo il 40% delle imprese di questo tipo arriva alla seconda generazione e non più del 20% alla terza. Si può dunque ben capire come in un'economia come quella italiana, dove la piccola e media impresa a conduzione famigliare occupano un ruolo di primo piano, il problema del ricambio generazionale rappresenti un aspetto tutt'altro che marginale e secondario. Tra le molteplici problematiche connesse al passaggio della gestione dell'impresa vi è quella di consentire all'imprenditore di scegliere tra i suoi successori quelli che per capacità e inclinazione siano in grado di assicurare la continuità e la sopravvivenza dell'attività economica, e, viceversa, escludere coloro che non abbiano interesse o non siano idonei a proseguire l'attività di famiglia. Sennonché prima della riforma che ha introdotto nel nostro ordinamento il c.d. "patto di famiglia" tale opportunità di scelta si è scontrata per lungo tempo con le limitazioni alla capacità di disporre in materia successoria e, più nello specifico, con il tradizionale divieto di patti successori accolto nella nostra tradizione giuridica. I patti successori sono quegli accordi in base ai quali il testatore o gli eredi dispongono dei diritti relativi alla successione di un soggetto (ad esempio l'impegno a nominare proprio erede un determinato soggetto o la rinunzia preventiva agli eventuali lasciti che dovessero eventualmente derivare in futuro da una persona ancora in vita al momento dell'assunzione dell'impegno). In un simile quadro normativo l'imprenditore non aveva la possibilità di determinare esattamente le sorti che avrebbero interessato l'impresa al momento della sua morte. Prima del "patto di famiglia" infatti lo strumento tipicamente utilizzato dall'imprenditore per trasferire l'azienda ai propri futuri eredi era la donazione con tutti i conseguenti limiti che ne derivavano.

In sostanza, l'imprenditore, stimolato peraltro da un regime fiscale particolarmente favorevole, dopo avere scelto a chi lasciare la propria attività si limitava a donargliela, magari riservando per sé l'usufrutto. L'inconveniente di tale sistema consisteva nel fatto che la donazione, realizzando una sorta di anticipazione della successione, incontra il limite della tutela degli eredi legittimi. Tale tutela si realizza, in primo luogo, in mancanza di un esplicita dispensa del defunto, con la previsione dell'obbligo di collazione di quanto ricevuto in donazione (la collazione è l'obbligo degli eredi legittimi di conferire alla massa ereditaria quanto ricevuto in donazione dal de cuius quando questi era in vita che viene effettuato allo scopo di mantenere tra i coeredi la proporzione stabilita nel testamento o nella legge). E anche laddove vi era l'esonero dalla collazione gli atti di donazione rimanevano soggetti a riduzioni nel caso in cui alla morte dell'imprenditore si verificasse la lesione della quota riservata agli eredi legittimari. In parole più semplici in caso di lesione di legittima vi era il rischio che l'impresa ricevuta in donazione dall'erede dovesse essere restituita in tutto in parte agli altri eredi legittimi, con il risultato di vanificare la scelta a suo tempo effettuata dall'imprenditore. Ed è proprio per risolvere tale problematica che è stata di recente modificata la materia successoria e si è introdotta la disciplina del "patto di famiglia". Si tratta del contratto con cui, compatibilmente con le disposizioni in materia di impresa familiare e nel rispetto delle differenti tipologie societarie, l'imprenditore trasferisce definitivamente, in tutto o in parte, l'azienda (ovvero il titolare di partecipazioni societarie trasferisce, in tutto o in parte, le proprie quote) ad uno o più discendenti.

La nuova normativa consente di superare i problemi legati alla lesione di legittima e alle azioni di collazione e riduzione, che in passato, come evidenziato, non permettevano la creazione di un assetto proprietario stabile per l'impresa. L'obbiettivo è quello di agevolare la continuità di impresa consentendo all'imprenditore di "programmare" in vita, in modo definitivo e stabile, il passaggio generazionale dell'azienda individuale (o gli assetti della società di famiglia) in modo che non sia influenzato dalla disciplina successoria. Il "patto di famiglia" richiede la presenza e la sottoscrizione di tutti i legittimari e deve essere rogato in forma solenne, mediante atto pubblico, a pena di nullità. Con tale atto l'imprenditore titolare dell'azienda trasmette all'erede o agli eredi designati l'azienda stessa o le quote della società, prevedendo al contempo che non sia lesa la quota di legittima degli altri eredi. Il consenso su questo trasferimento e sui meccanismi compensativi per gli eredi esclusi dalla trasmissione dell'azienda si manifesta nel contratto, al quale devono obbligatoriamente partecipare tutti gli interessati. In tale situazione :

- quanto percepito in virtù del patto di famiglia non è soggetto a collazione o riduzione; - la destinazione dell'impresa all'erede prescelto è effettuata in via definitiva al momento di sottoscrizione del patto. La riforma introdotta dal Legislatore è da valutarsi in termini positivi. Con il "patto di famiglia" viene eliminato uno dei rischi connessi al passaggio dell'impresa famigliare che in passato si traduceva spesso in gravi danni per l'impresa stessa (si pensi alla presenza di una pluralità di soci tra loro in conflitto). Il successo del nuovo strumento normativo è poi assicurato da un trattamento fiscale particolarmente favorevole. E' infatti previsto che il trasferimento dell'azienda o della partecipazione non è soggetto all'imposta sulle successioni e donazioni, nel caso in cui per un periodo non inferiore a cinque anni dalla data del trasferimento il beneficiario prosegua l'attività di impresa.