Diritto Contrattuale | La disciplina dei vizi della cosa venduta nei contratti conclusi con il consumatore

Oggetto del presente articolo sarà l’esame della disciplina dei vizi della cosa venduta nei contratti conclusi fra il venditore-professionista e l’acquirente-consumatore; trattasi dunque della disciplina generalmente applicabile in presenza di un contratto di vendita stipulato fra un dettagliate ed un consumatore (inteso –per così dire- come un privato cittadino).
In presenza di un siffatto contratto, non si dovrà applicare la normativa prevista dal Codice Civile ed illustrata nello scorso articolo, bensì quella prevista dal c.d. Codice del Consumo.
L’art. 129 del Codice del Consumo stabilisce, innanzi tutto, che il venditore ha l’obbligo di consegnare al consumatore beni conformi al contratto di vendita.
Al fine di stabilire quando un bene consegnato al consumatore è conforme al contratto, il Codice del Consumo prevede alcuni criteri prestabiliti.
Stabilisce infatti l’art. 129 che i beni si presumono conformi al contratto qualora ricorrano le seguenti circostanze:

  1. sono idonei all’uso al quale servono abitualmente beni dello stesso tipo;
  2. sono conformi alla descrizione fatta dal venditore e possiedono le qualità del bene che il venditore ha presentato al consumatore come campione o modello;
  3. presentano le qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi;
  4. sono idonei all’uso particolare voluto dal consumatore e che sia stato da questi portato a conoscenza del venditore al momento della conclusione del contratto e che il venditore abbia accettato anche per fatti concludenti.

Ovviamente, il difetto di conformità non sussiste se il consumatore, al momento della conclusione del contratto, era a conoscenza del difetto.
E’ poi da sottolineare come il difetto di conformità che deriva dall’imperfetta installazione del bene di consumo è equiparato al difetto di conformità del bene quando l’installazione è compresa nel contratto di vendita ed è stata effettuata dal venditore o sotto la sua responsabilità (ad esempio, il venditore di mobili che esegua in modo non corretto il montaggio di una cucina  sarà comunque inadempiente anche se i mobili che compongono la cucina siano perfetti).
Da notare ancora come l’art. 129 stabilisce che l’equiparazione fra “difetto di montaggio” e “difetto di conformità del bene al contratto” si applica anche nel caso in cui il prodotto, concepito per essere installato dal consumatore, sia da questo installato in modo non corretto a causa di una carenza delle istruzioni di installazioni.
La normativa impone quindi ai produttori di beni destinati all’auto-montaggio ad opera del consumatore di prestare particolare cura e precisione nella redazione delle istruzioni di montaggio.
Ma cosa succede quando il venditore consegni al consumatore un bene non conforme al contratto ad esempio perché difettoso o non funzionante?
In questo caso il Codice del Consumo prevede che il consumatore possa esperire una molteplicità di rimedi.
In primo luogo il consumatore ha diritto di chiedere al venditore la riparazione o la sostituzione del bene non conforme al contratto.
La scelta fra sostituzione o riparazione spetta al consumatore ed essa deve avvenire senza spese per lo stesso.
Le riparazioni o le sostituzioni devono essere effettuate entro un congruo termine dalla richiesta e non devono arrecare notevoli inconvenienti al consumatore, tenendo conto della natura del bene o dello scopo per il quale il consumatore lo ha acquistato.
In alcuni casi il consumatore, sempre a sua scelta, può chiedere la riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto (cioè lo scioglimento dello stesso).
In particolare ciò può avvenire qualora:

  1. la riparazione o la sostituzione sono impossibili o eccessivamente onerose;
  2. il venditore non ha provveduto alla riparazione o alla sostituzione nel termine congruo di cui sopra si è detto;
  3. la sostituzione o la riparazione precedentemente effettuate hanno arrecato notevoli inconvenienti.

Il consumatore ha dunque a disposizione una pluralità di rimedi che sono però posti fra loro in ordine gerarchico (riparazione, sostituzione, riduzione del prezzo, risoluzione) e variano a seconda della gravità del vizio e/o della  non conformità del bene al contratto (per cui un difetto di conformità di lieve entità per il quale non è stato possibile o è eccessivamente oneroso esperire i rimedi della riparazione o della sostituzione non dà diritto alla risoluzione del contratto).
Il Codice del Consumo ha poi previsto termini più ampi e favorevoli (per il consumatore) rispetto a quelli previsti dal Codice Civile in materia di denuncia dei vizi.
L’art. 132 stabilisce infatti che il venditore è responsabile nei confronti del consumatore quando il difetto di conformità di manifesta entro due anni dalla consegna del bene.
Tuttavia il consumatore, per avere diritto alla garanzia, deve aver denunciato al venditore il difetto di conformità entro il termine di due mesi dalla data in cui ha scoperto il difetto (la denuncia non è necessaria se il venditore ha riconosciuto l’esistenza del difetto o l’ha occultato).
L’azione diretta a far valere i difetti si prescrive, in ogni caso, nel termine di ventisei mesi dalla consegna del bene.
In caso di vendita di beni usati le parti possono limitare la durate della responsabilità del venditore ad un periodo di tempo in ogni caso non inferiore ad un anno.
Particolarmente importante per il venditore è poi l’art. 131 il quale stabilisce che il venditore finale, quando è responsabile nei confronti del consumatore, ha diritto di regresso, salvo patto contrario o rinuncia, nei confronti dei soggetti facenti parte della catena distributiva (il venditore-dettagliante potrà dunque rivalersi nei confronti del proprio grossista il quale, a sua volta, potrà rivalersi nei confronti del produttore, e così via…).
In questo caso il venditore finale che abbia ottemperato ai rimedi esperiti dal consumatore, deve agire in regresso nei confronti del soggetto o dei soggetti responsabili per ottenere la reintegrazione di quanto prestato entro un anno dall’esecuzione delle prestazione.
Infine è da rammentare che, ai sensi dell’art. 134, è nullo ogni patto preventivo volto ad escludere o limitare, anche in modo indiretto, i diritti riconosciuti nella materia in questione dal Codice del Consumo; la nullità può essere fatta valere solo dal consumatore e può essere rilevata d’ufficio dal giudice.